Pubblicato da: LionCarmenParma85 | maggio 31, 2008

ANNA MARIA ADORNI AL SERVIZIO DEI PIU’ DEBOLI di Maria Placida Cesareo -2-

Parte II

Il sistema carcerario di Parma nell’800

 

            Con la riforma del Codice Civile e Penale del 1820, voluta da Maria Luigia, si era giunti a Parma alla distinzione tra “Casa di Forza” per i delinquenti comuni, e “Casa di Correzione” per coloro che avessero commesso reati in età minore o che dessero, comunque, speranza di ravvedi mento.

            In base a questa distinzione la Duchessa aveva istituito una “Casa di Correzione” per le donne nell’ex convento di Santa Elisabetta. Per questa casa era previsto un regolamento più blando di quello vigente nella “Casa di Forza”, ma da una relazione del Consiglio di Vigilanza, risulta che tale regolamento non era ancora in vigore nel 1844, quando la vedova Botti si recò la prima volta nelle carceri, o almeno la sua applicazione e ogni disposizione disciplinare era lasciata all’arbitrio del direttore e del personale di vigilanza.

            Il regolamento delle due Case, prevedeva l’istruzione religiosa per i detenuti, in vista di un recupero morale; ma una nota aggiungeva: «Speriamo che si trovi qualcuno che li istruisca»[1].

            Il numero delle detenute si aggirava sulle 80 persone, suddivise nelle due Case.

            Le donne, lasciate senza lavoro e senza istruzione, erano esasperate e abbrutite. Ragazze di 14-15 anni convivevano con donne incallite nel vizio, provenienti dalla prostituzione e talvolta aborrenti al solo pensiero del bene[2].

            La signora Botti Adorni, entrando in quell’ambiente, colse tutta la gravità della situazione. Ma in quelle donne e fanciulle avvilite dalla prigionia e dall’ozio, seppe vedere una dignità nascosta, quella di figlie di Dio, fatte a immagine del Creatore e redente dal sangue.

            Nello scritto citato si coglie tutto il dramma che sconvolse il cuore di Anna Maria alla vista di tante miserie. Scrisse:

 

            «Andando nelle prigioni di questa città ad istruire nella nostra santa religione le detenute, per comando del mio direttore spirituale, il mio cuore restò sopraffatto dal dolore. Non mi reggeva l’animo nel veder perire tante anime dopo una redenzione cosi sovrabbondante, nel veder perdersi tante belle creature fatte ad immagine del mio stesso Creatore. …Mi si accese nel cuore un fuoco cosi vivo di carità fraterna che piangevo davanti al Signore.  …Mi pareva che avrei dato mille vite per l’aiuto e la salvezza di un’anima tra le tante che si perdevano. …Piangevo davanti al Signore, perché non si perdesse il frutto della sua passione, morte e gloriosa risurrezione»[3].

 

            Dalla visione, sempre presente, del sangue di Cristo sparso inutilmente per quelle infelici che vivevano in un ambiente di forti contrasti, nacque la vocazione di madre Adorni a dedicarsi tutta alla redenzione delle sorelle traviate, adoperandosi alla loro riabilitazione umana e cristiana.

            Da questo concetto della dignità della persona umana e dalla persuasione che sotto la deformità della colpa si nascondeva una figlia di Dio, salvata da Cristo e capace di redenzione, nacque quella che potremmo chiamare la pedagogia di madre Adorni, una pedagogia non studiata nei libri, né basata su sistemi filosofici umani, ma appresa direttamente dal Vangelo e dalla scuola del Crocefisso e della Vergine Maria. Il censore degli scritti al processo di canonizzazione la definisce: «Una esperta pedagogista in materia cosi delicata (della riabilitazione)»[4].

Estratto da : RVENNATENSIA – XVIII – Cesena- 2001

***Redazione on line a cura di Carmen Minutoli


[1] Archivio di Stato Parma, Dipartimento di Grazia, Giustizia e Buon Governo, Busta 238.

 

[2] Regolamento della Società di Pie Signore ecc, Tip. Ferrari, Parma 1847, art. IX.

[3] ADORNI, op.cit.,p. 66.

[4] Summarium”, Appendice.


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