Pubblicato da: LionCarmenParma85 | maggio 31, 2008

ANNA MARIA ADORNI AL SERVIZIO DEI PIU’ DEBOLI di Maria Placida Cesareo -5-

Parte V

La famiglia naturale della signora Botti Adorni

 

            A questo punto é necessario dare uno sguardo alla famiglia naturale della vedova Botti. Il suo coinvolgimento nelle varie attività fu graduale, proprio per riguardo ai figli. Purtroppo la premonizione da lei avuta alla vigilia del matrimonio – «Mi morrà il marito, mi morranno i figli» – si stava per avverare. Mentre fiorivano le opere, la famiglia naturale mano mano si assottigliava.

            Il 7 luglio 1847 era morto il figlio Albertino di 10 anni; tre anni dopo lo seguiva nella tomba il fratellino Guido. Celestina, che la madre aveva portato con sé nella Casa di riabilitazione, morì a 13 anni nel 1856. L’unico ad arrivare all’età adulta fu Leopoldo, entrato tra gli Oblati benedettini e morto nel 1892, un anno prima della madre.

 

 

La famiglia religiosa

 

            Ormai alla signora Botti appariva chiaro che l’idea di fondare una famiglia religiosa non era una vana fantasticheria: nel suo lavoro di assistente alle ravvedute e alle fanciulle raccolte dalla strada era evidente che aveva bisogno di collaboratrici. Cominciò perciò a formarsele, a poco a poco.

            Non era chiamata a fondar monasteri, ma un istituto di suore dedite all’apostolato: contemplative nell’azione. Le sue suore dovevano testimoniare nella Chiesa quel particolare atteggiamento dell’umanità di Cristo che va in cerca della pecorella smarrita, che siede a mensa con i peccatori e che accoglie e perdona le figlie traviate.

            Scopo della sua famiglia religiosa doveva essere quello di «imitare l’ardentissima carità di Gesù e di Maria verso le anime create ad immagine di Dio e redente con il Sangue di Cristo», di riportarle sulla retta via e riabilitarle al servizio di Dio e degli uomini. Le case della congregazione dovevano essere come ospedali aperti per accogliere le anime inferme e far loro ricuperare la sanità spirituale.[1]

            Mons. Felice Cantimorri, vescovo di Parma, con un decreto del 1855 (rinnovato poi nell’anno seguente), erigeva la piccola comunità dell’Adorni in “Pia Società dei SS. Cuori di Gesù e di Maria”. Era un primo passo verso una congregazione religiosa vera e propria: le leggi del tempo vietavano la fondazione di nuovi istituti religiosi.

            Sarà la stessa duchessa Luisa Maria di Borbone, vedova di Carlo III, a suggerire all’Adorni la scappatoia di una aggregazione giuridica all’istituto già esistente delle Suore di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore di Angers.

            Il 18 febbraio 1856 Luisa Maria di Borbone reggente per il figlio Roberto, consegnava alla signora Botti Adorni il tinto desiderato ex con vento di San Cristoforo. L’edificio era in uno stato deplorevole, essendo stato adibito a lazzaretto durante il colera del 1855.

            Si trattava di riadattarlo e, in certo senso, di rifarlo in gran parte. Qui devo ricordare l’abate benedettino Giambenedetto Bottamini, già nominato Conservatore” della Pia Casa dal duca Carlo III. Egli si assunse in pieno la direzione dei lavori di restauro e si adoperò anche per reperirne i mezzi. L’abate Bottamini fu uno dei collaboratori più validi e affezionati agli inizi dell’opera di madre Adorni e la Congregazione delle Ancelle dell’Immacolata lo ricorda con riconoscenza. Egli fu anche il primo cappellano della piccola comunità. Morì nel 1877 in un appartamento dove abitava, nei pressi dell’istituto di madre Adorni.        

 

            “Il primo Maggio 1857 – scrive madre Adorni – con approvazione di mons. vescovo Felice Cantimorri, feci entrare in San Cristoforo altre sei mie compagne (una era entrata prima con Adorni), che aspettavano da gran tempo di unirsi a me, avendo loro data il Signore la mia stessa vocazione; e in questo giorno si diede inizio alla Corporazione religiosa per sostenere questa santa istituzione”.[2]

 

            Madre Adorni, entrando in San Cristoforo, affidò completamente la sua Famiglia religiosa alla Regina delle Vittorie, nominandola Regina, Signora e Superiora della Casa. Essa volle considerarsi semplicemente sorella maggiore delle altre e vicaria di Maria SS.

            La fondatrice non limitava la sua azione a vigilare sulle ricoverate e a educarle alla fede e alla virtù, ma continuò a svolgere ogni opera di apostolato, anche al di fuori della casa. Mons. Conforti che la conobbe personalmente, attesta:

 

            «La sua carità era senza limiti. Brillava anche nei luoghi più bui del l’espiazione privi della luce della verità. Dalle tetre carceri si estendeva ai miseri tuguri ove il povero trovava in lei soccorso e refrigerio alle sue pene, al letto degli infermi, ecc.».[3]

            Tra l’altro, visitava le prostitute e aiutava le famiglie povere.

            Tutta questa dedizione al bene dei fratelli, scaturiva da un’intima unione col Signore. Passava ore intere, spesso anche la notte, davanti a Gesù eucaristico e nella contemplazione di Cristo Crocifisso e della Vergine ai piedi della croce. E’ ancora mons. Conforti che scrive:

 

            «Aveva una pietà serafìca che si accentuava accostandosi al banchetto eucaristico, ed io stesso che più volte la comunicai, vidi il suo volto quasi trasfigurato, prendendo un aspetto estatico. Qualche cosa di celestiale era in lei».[4]

 

Estratto da :RVENNATENSIA –XVIII –Cesena –2001 

***

Redazione on line a cura di Carmen Minutoli


[1] Costituzioni 1-3, Vedi in ADORNI, op. cit. pp. 129-130.

[2] ADORNI, op. cit. pp. 84-85.

[3] Archivio Ancelle Parma.

 

[4] Ibidem.

 


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