Pubblicato da: LionCarmenParma85 | maggio 31, 2008

ANNA MARIA ADORNI AL SERVIZIO DEI PIU’ DEBOLI di Maria Placida Cesareo -4-

Parte IV

La “Casa di riabilitazione”

 

            Le condizioni economiche e morali di tutta Italia, in quel periodo, erano tristissime. Parma non faceva eccezione.

Arnaldo Barili, riferendosi a quel periodo scriveva:

 

            «La miseria del popolo era grande; la povera gente, specie nell’oltre- torrente viveva, si può dire, sulle strade, per non ammuffire nei miseri tuguri senz’aria e senza luce. Donne e bambini vestiti di stracci; mancava il senso del decoro e della disciplina»[1].

 

            Anche il conte Filippo Linati, in uno scritto del 1848, conferma che «la povertà e l’ignoranza erano fonti di immoralità e particolarmente di corruzione precoce per le figlie del popolo»[2].

            Questo, molto succintamente, l’ambiente in cui sarebbero dovute ritornare le assistite dalla Adorni e dalle associate alla fine della pena. Essa scriveva:

 

            «Non era lieve il mio dolore quando si appressava il termine della subita condanna. …Iddio solo sa come era lacerato questo mio cuore. Senza mezzi, essendo io povera, mi vedevo impossibilitata a recare qualche giovamento a quelle povere sventurate, le quali, avendo per qualche fallo perduti i mezzi di sussistenza e la pubblica stima, vorrebbero tornare sulla buona strada e non possono, perché prive di ricovero, di vitto, di assistenza e di guida».[3]

 

            La vedova Botti non si scoraggiò. La prima giovane che uscì la mise in pensione presso una buona famiglia. In seguito, con l’approvazione del suo confessore e del Vescovo, prese a pigione un appartamento e poi una intera casa. La chiamò “Casa di riabilitazione”. Era l’inizio dell’attuale Istituto del Buon Pastore.

            Poiché il numero delle ravvedute cresceva, le affidò ad una collaboratrice che accettò di vivere con loro.

            Ma il suo cuore di mamma non poteva fermarsi solamente alla riabilitazione: era necessario pensare anche alla prevenzione. Essa sentì presto l’urgenza di provvedere

 

            «a quella quantità di ragazzette di sette, Otto O anni, trascurate dai loro parenti, sempre per le strade e per i caffè, per le osterie, in abbandono; in questo modo cominciano a perdere l’onestà per un solo balocco».[4]

 

            A riprova di quanto asserisce l’Adorni, si trovano documenti nell’Archivio di Stato, nei quali si afferma che fanciulle di 13, 14, 15 anni erano avviate alla prostituzione e al furto dalle loro madri e avevano già subìto condanne nella Casa di Correzione, oppure erano state ricoverate nel Deposito di Mendicità in Borgo San Donnino.[5]

            Anche a queste fanciulle che conoscevano solo la povertà e la strada, la signora Botti Adorni aprì la sua casa e le sue braccia di mamma.

            Mons. Giacomo Lombardini, primo estimatore e collaboratore del l’opera della vedova Botti, divenuto vicario capitolare dopo le dimissioni del vescovo Neuschel, il 25 aprile 1853 indirizzò al duca Carlo III di Borbone una lettera per chiedere l’autorizzazione ad erigere «uno Stabili mento o comunità di Pie Donne per l’educazione di giovani convertite».

            Il duca, con decreto dell’11 giugno 1853, autorizzava il vicario a istituire una “Casa di ricovero e di educazione per le femmine ravvedute”.[6] Il decreto non fa cenno alla “comunità di Pie Donne” che avrebbe dovuto gestire l’opera, e ciò perché le leggi dell’epoca non permettevano l’istituzione di congregazioni religiose. Tuttavia questo decreto segna l’inizio di un cammino tortuoso che, alla fine, porterà alla fondazione di una famiglia religiosa vera e propria.[7]

            Mons. Lombardini e dom Oliveros ritennero necessario che la vedova Botti andasse ad abitare nella Casa di riabilitazione, per poterla dirigere convenientemente. Essa vi andò, convinta di compiere così la volontà di Dio.

            Anche se ufficialmente la Casa veniva chiamata “Conservatorio”, corrispondente al termine moderno di Collegio, tuttavia la gente era venuta a conoscere quali persone vi venivano accolte. In città si sollevò quindi un vespaio di critiche e di disapprovazioni. L’Adorni scrisse:

 

                       «I più discreti dicevano: ‘Ma come farà senza un soldo?’ E altri: ‘Poverina, dove ha mai il capo?… Si vede che questa donna é illusa!’ E altri ancora: ‘Quanto prima si dovrà mandarla all’ospedale dei pazzi’. …Persone amiche non potevano capacitarsi (…) di essermi io accomunata con una classe di donne che era l’abominazione della città».[8]

 

            Anche da parte delle autorità civili vi era poca fiducia nella istituzione della Botti. Lo rivelano alcuni documenti reperiti in Archivio di Stato, nei diversi carteggi che riguardano particolarmente le donne di messe dal carcere, per le quali inutilmente si cercava una collocazione. Si facevano tante ipotesi e progetti, ma nulla di fatto si era riusciti a realizzare, mentre l’istituzione della Botti non era presa in considerazione.[9]

Estratto da

RVENNATENSIA – XVIII –Cesena –2001 –

***Redazione on line a cura di Carmen Minutoli



[1] A. BARILI, Piccolo mondo parmense verso la fine dell’ 800, in “Aurea Parma”, 1938, p. 160.

[2] F. LINATI, Delle condizioni morali, materiali, politiche e amministrative degli Stati parmensi a120 Marzo del 1848, Carmignani, Parma 1848.

[3]ADORNI, op. cit. p. 68.

[4] ADORNI, op. cit. p. 84.

[5] Archivio di Stato, Grazia, Giustizia e Buon Governo, Busta 241.

[6] Archivio di Stato di Parma, Relazione.

[7] Cf. LUCA, op. cit. pp. 86 ss.

[8] ADORNI, op. cit. pp. 72 e 78.

[9] Archivio di Stato, Busta 238.

 


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