Parte VIII

Conclusione

 

            Cosi passò questa donna, stimata e amata, derisa e disprezzata. Essa si incarnò nella storia di Parma: in quella mai scritta, quella dei sobborghi e dei tuguri; una storia vissuta a contatto con diverse realtà e nei diversi stati di vita.

            L’operato di madre Adorni, silenzioso e discreto, fu una vera azione cristiano - sociale. Contribuì a sanare i costumi e la cultura della città. Tolse dall’emarginazione e dallo sfruttamento tante giovani donne e madri; diede una casa e tanto affetto alle piccole monelle della strada; e, perché no? diede uno scopo alla vita di molte dame della nobiltà parmense dei suoi tempi, trascinandole più con l’esempio che con le parole ad amare come sorelle in Cristo le persone più misere ed emarginate.

            Nel 1940 presso la Curia di Parma fu istruito il Processo informativo sulla fama di santità e sulle virtù della Serva di Dio Anna Maria Adorni e nel 1953 fu celebrato il Processo apostolico.

            Il 6 febbraio 1968 Sua Santità Paolo VI dichiarava constare dai Processi che “Anna Maria Adorni, vedova Botti, aveva esercitato in grado eroico le virtù teologali, ecc. e la insigniva del titolo di Venerabile».

            Recita il decreto:

 

            «Consacrata in tutto alla carità per vocazione ed opere, (Anna Maria Adorni) senti intensamente come suo maggiore impegno, di ripetere in sé l’immagine del Salvatore, veramente felice allorquando, divenuta un Vangelo vivente, abbracciava nella carità tutti quelli che soffrivano nel corpo e nello spirito e li affidava all’amore di Cristo».[1]

            La famiglia religiosa fondata dalla ven. Anna Maria Adorni, dopo un intermezzo abbastanza lungo di vita claustrale, si apri di nuovo alle necessità dei tempi. Nel 1925 il b. Guido Maria Conforti vescovo di Parma, approvava le nuove costituzioni conformi alle norme del diritto canonico vigente, e dava un nome definitivo alla congregazione: quello di “Ancelle dell’Immacolata di Parma”.

            Le Ancelle continuano l’apostolato della Fondatrice, dedicandosi alle persone più emarginate. Recentemente hanno aperto una casa in Romania, per dedicarsi alla fanciullezza e all’infanzia più abbandonata.

 

 

Estratto da – RVENNATENSIA – XVIII – Cesena -2001

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[1] Vedi Decreto della S. Congregazione per le Cause dei Santi in: ADORNI, op. cit., Appendice pp. 219 - 224.

 

Parte VII

Congregazione religiosa

 

            Anche la famiglia religiosa della madre Adorni viveva nel segno della provvisorietà. Il decreto vescovile del 1855/56 l’aveva riconosciuta come semplice società di pie donne, ma non l’aveva elevata a congregazione religiosa con voti, come la fondatrice desiderava. Lo chiese al successore di mons. Cantimorri, il vescovo Domenico Maria Villa. Questi ben volentieri accondiscese, ma fece notare che per un completo riconoscimento era necessario comporre una regola che la Chiesa poi approvasse. Nel frattempo egli, con decreto del 25 marzo 1876, eresse l’istituzione in congregazione religiosa col nome di “Pia Casa delle Povere Figlie di Maria per la Città di Parma”.[1]

            Nella lettera che accompagna il decreto si legge:

 

            «Ci congratuliamo del gran bene che ha procurato a questa città cosi vantaggiosa istituzione. Ne ringraziamo il Signore che si compiacque di farla strumento della sua Misericordia sopra le infelici verso le quali Ella più che direttrice é madre tenerissima».[2]

 

            Madre Adorni, seguendo l’invito di mons. Villa si accinse a una revisione della regola delle Suore di Angers per adattarla alle esigenze della sua piccola congregazione e agli scopi che si proponeva. Vi lavorò intensamente, riflettendo e pregando. Quando fu pronta la fece presentare al vescovo, che era allora mons. Andrea Miotti. Questi la fece esaminare da una commissione, ma incontrò l’opposizione di vari ecclesiastici che non avevano fiducia che l’istituzione dell’Adorni sopravvivesse alla fondatrice; inoltre non esistevano redditi fissi, cosa allora richiesta per l’approvazione di una congregazione religiosa. Per questo si dilazionava l’approvazione temendo di esporre al ridicolo la Curia di Parma.

            La Madre aveva confidato alle sue suore: “Non temete; prima che io muoia, il Signore ci darà una grande consolazione”.

            Di fatti il vescovo Miotti, superando ogni opposizione, il 28 gennaio 1893 approvava le costituzioni e ne dava comunicazione alla Madre. Essa poteva ormai cantare il Nunc dimittis, perché la sua Congregazione era stata approvata nel senso più ampio.

 

 

 

 

La santa morte

 

            Ma due giorni prima che le fosse comunicata l’approvazione, madre Adorni aveva avuto un’emorragia cerebrale che le aveva causato una pare si alla parte sinistra. Anche le parole le uscivano con difficoltà. il 28 gennaio aveva ricevuto l’Unzione degli infermi.

            Alle sue figlie costernate, qualche tempo prima, aveva detto:

 

            “lo sono felice perché non ho mai cercato che di piacere al mio Dio fare la sua santa volontà in tutte le cose. Egli sempre è stato il mio tutto e nulla mi mai mancato. Sono contenta di morire per unirmi a Colui che ho sempre amato».[3]

 

            A una suora in confidenza diceva: «Vado a trovare i miei bambini».

            Il 7 febbraio l’ammalata parve migliorare, ma era il miglioramento della morte. Verso sera, ad una certa ora il volto della Madre si illuminò di una luce vivissima. Le suore che l’assistevano ne rimasero stupite. Verso le 19, quasi rispondendo a un arcano richiamo, si addormentò dolcemente nel Signore. Fuori c’era una bianca distesa di neve. Anna Maria Adorni chiudeva cosi a sua lunga giornata, all’età di 87 anni.

            La campanella del convento cominciò a suonare a distesa senza che alcuno la toccasse. Le suore, dopo il primo momento di dolore, si sentirono pervase da una gioia inconsueta che aveva            dello straordinario.

            I funerali si svolsero il 10 febbraio e furono un’apoteosi per concorso di clero e di popolo. Tutti la stimavano santa.

Estratto da – RVENNATENSIA – XVIII – Cesena -2001 

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[1] Per la questione del nome, vedi LUCA, op. cit., pp. 154- 155.

[2] Archivio Ancelle Parma.

[3] LUCA, op. cit., pp.197

Parte VI

 

Evoluzione dell’Opera

 

            Con le suore, in quel primo maggio, entrarono in San Cristoforo anche sette ravvedute e nove bambine tolte dalla strada. L’opera sembrava cosi avviata. Ma molte vicende si presentarono via via a ostacolarla.

            Il 9 giugno 1959, in seguito ai moti insurrezionali, la duchessa reggente Luisa Maria di Borbone, protettrice dell’opera, abbandonava Parma e prendeva la via dell’esilio. Le subentrava un governo provvisorio che doveva preparare il terreno alla proclamazione di annessione al Regno d’Italia (7 settembre 1859).

            Sotto il nuovo Governo si scatenò una lotta accanita contro tutto quello che aveva impronta religiosa. Furono soppresse le congregazioni religiose, laicizzate le istituzioni educative, sequestrati i beni ecclesiastici, sospettate e vigilate le persone che avevano avuto rapporti con il passato regime.

            La prima opera a risentire della mutata situazione fu l’Unione delle Visitatrici delle Carceri, che fu soppressa. Poi fu la volta dell’ex convento di San Cristoforo: il governo lo voleva requisire per le truppe militari di stanza a Parma. Con fatica si poté ottenere che una parte rimanesse riservata alle istituzioni di madre Adorni.

            I soldati che occuparono un’ala dell’istituto trovarono in madre Adorni una donna di squisite qualità morali, tanto che ne rimasero ammirati e nessun inconveniente si ebbe a lamentare.

            Nel 1863 i soldati lasciarono l’edificio e nel ‘64 alla Dame Visitatrici fu permesso di nuovo di riprendere la loro attività alle carceri. In seguito, quando venne istituita dal Governo la “Commissione Visitatrici delle Carceri”, di cui facevano parte il podestà alcuni avvocati e altri laici, la madre Adorni riuscì a farvi entrare due delle sue suore. In questo modo si poté continuare l’apostolato tra le detenute. Anche nella collaborazione tra istituzioni laiche e religiose, madre Adorni anticipò i tempi.

            Nel 1864 la direzione delle carceri decise di trasferire le detenute colpite da sifilide in un reparto della Casa di Correzione di Sant’Elisabetta: la madre Adorni e le sue figlie ebbero cosi un nuovo campo di apostolato.

            Nuove prove si preparavano. Nel 1867 ci fu a Parma un’epidemia di colera che colpi il 68 per cento della popolazione. Nell’emergenza il Comune requisì l’ex convento di San Cristoforo adibendolo a lazzaretto. A madre Adorni furono concessi tre giorni per sgomberare con tutte le sue suore e le assistite. Per buona sorte la Provvidenza venne loro incontro ispirando il sig. Mattia Ortalli a mettere a disposizione la sua villa di San Lazzaro.

            L’Adorni e le suore rimasero in quella villa fino al 1869. Approfittarono delle circostanze per darsi ad altro apostolato: la catechesi ai bambini, la visita ai malati e agli anziani, l’assistenza ai poveri. La permanenza della madre Adorni a San Lazzaro fu una benedizione per quella parrocchia.

            Rientrate in San Cristoforo le suore speravano di essere lasciate tranquille, ma non fu così. L’edificio di San Cristoforo rimase sempre nell’occhi, del ciclone: alternativamente veniva reclamato dall’intendenza delle Finanze, dal Ministero della Difesa o da altri enti, lasciando sempre l’opera in stato di provvisorietà.

            Ci si potrebbe chiedere su quali fondi contava la Madre Adorni per sostenere le sue Opere. Possiamo rispondere solamente che essa aveva una fiducia illimitata nella Divina Provvidenza che alcune volte intervenne anche in modo straordinario.

            La situazione di permanente povertà non faceva indietreggiare la Madre Adorni di fronte alle necessità che si presentavano. Si ricorda tra l’altro che in occasione dell’inizio dell’opera salesiana in Parma, la Madre si offri a confezionare e a tenere in ordine la biancheria di chiesa: anzi ne offri anche il materiale necessario alla confezione.

            Quando divenne anziana e malata, non potendo dare la sua attività alle opere esterne, non esitò a offrire la sua assistenza spirituale. Molte erano le persone che ricorrevano a lei per consiglio e preghiere. Riceveva tutti con bontà e pazienza e per tutti aveva una parola di fede e di conforto.

            Le sue figlie raccontano che anche mons. Agostino Chieppi si rivolse a lei per consiglio, quando fu ispirato a fondare la sua congregazione. Del chierico Conforti si sa che si rivolse a lei per chiederle preghiere onde guarire da una malattia che pareva compromettergli il sacerdozio. Madre Adorni lo esortò a recarsi a Fontanellato dalla Madonna e gli profetizzò che sarebbe diventato “Padre e Pastore”. Anche il vescovo Villa e il futuro cardinal Ferrari erano tra coloro che frequentavano e onoravano la madre Adorni.

 

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Parte V

La famiglia naturale della signora Botti Adorni

 

            A questo punto é necessario dare uno sguardo alla famiglia naturale della vedova Botti. Il suo coinvolgimento nelle varie attività fu graduale, proprio per riguardo ai figli. Purtroppo la premonizione da lei avuta alla vigilia del matrimonio - «Mi morrà il marito, mi morranno i figli» - si stava per avverare. Mentre fiorivano le opere, la famiglia naturale mano mano si assottigliava.

            Il 7 luglio 1847 era morto il figlio Albertino di 10 anni; tre anni dopo lo seguiva nella tomba il fratellino Guido. Celestina, che la madre aveva portato con sé nella Casa di riabilitazione, morì a 13 anni nel 1856. L’unico ad arrivare all’età adulta fu Leopoldo, entrato tra gli Oblati benedettini e morto nel 1892, un anno prima della madre.

 

 

La famiglia religiosa

 

            Ormai alla signora Botti appariva chiaro che l’idea di fondare una famiglia religiosa non era una vana fantasticheria: nel suo lavoro di assistente alle ravvedute e alle fanciulle raccolte dalla strada era evidente che aveva bisogno di collaboratrici. Cominciò perciò a formarsele, a poco a poco.

            Non era chiamata a fondar monasteri, ma un istituto di suore dedite all’apostolato: contemplative nell’azione. Le sue suore dovevano testimoniare nella Chiesa quel particolare atteggiamento dell’umanità di Cristo che va in cerca della pecorella smarrita, che siede a mensa con i peccatori e che accoglie e perdona le figlie traviate.

            Scopo della sua famiglia religiosa doveva essere quello di «imitare l’ardentissima carità di Gesù e di Maria verso le anime create ad immagine di Dio e redente con il Sangue di Cristo», di riportarle sulla retta via e riabilitarle al servizio di Dio e degli uomini. Le case della congregazione dovevano essere come ospedali aperti per accogliere le anime inferme e far loro ricuperare la sanità spirituale.[1]

            Mons. Felice Cantimorri, vescovo di Parma, con un decreto del 1855 (rinnovato poi nell’anno seguente), erigeva la piccola comunità dell’Adorni in “Pia Società dei SS. Cuori di Gesù e di Maria”. Era un primo passo verso una congregazione religiosa vera e propria: le leggi del tempo vietavano la fondazione di nuovi istituti religiosi.

            Sarà la stessa duchessa Luisa Maria di Borbone, vedova di Carlo III, a suggerire all’Adorni la scappatoia di una aggregazione giuridica all’istituto già esistente delle Suore di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore di Angers.

            Il 18 febbraio 1856 Luisa Maria di Borbone reggente per il figlio Roberto, consegnava alla signora Botti Adorni il tinto desiderato ex con vento di San Cristoforo. L’edificio era in uno stato deplorevole, essendo stato adibito a lazzaretto durante il colera del 1855.

            Si trattava di riadattarlo e, in certo senso, di rifarlo in gran parte. Qui devo ricordare l’abate benedettino Giambenedetto Bottamini, già nominato Conservatore” della Pia Casa dal duca Carlo III. Egli si assunse in pieno la direzione dei lavori di restauro e si adoperò anche per reperirne i mezzi. L’abate Bottamini fu uno dei collaboratori più validi e affezionati agli inizi dell’opera di madre Adorni e la Congregazione delle Ancelle dell’Immacolata lo ricorda con riconoscenza. Egli fu anche il primo cappellano della piccola comunità. Morì nel 1877 in un appartamento dove abitava, nei pressi dell’istituto di madre Adorni.        

 

            “Il primo Maggio 1857 - scrive madre Adorni - con approvazione di mons. vescovo Felice Cantimorri, feci entrare in San Cristoforo altre sei mie compagne (una era entrata prima con Adorni), che aspettavano da gran tempo di unirsi a me, avendo loro data il Signore la mia stessa vocazione; e in questo giorno si diede inizio alla Corporazione religiosa per sostenere questa santa istituzione”.[2]

 

            Madre Adorni, entrando in San Cristoforo, affidò completamente la sua Famiglia religiosa alla Regina delle Vittorie, nominandola Regina, Signora e Superiora della Casa. Essa volle considerarsi semplicemente sorella maggiore delle altre e vicaria di Maria SS.

            La fondatrice non limitava la sua azione a vigilare sulle ricoverate e a educarle alla fede e alla virtù, ma continuò a svolgere ogni opera di apostolato, anche al di fuori della casa. Mons. Conforti che la conobbe personalmente, attesta:

 

            «La sua carità era senza limiti. Brillava anche nei luoghi più bui del l’espiazione privi della luce della verità. Dalle tetre carceri si estendeva ai miseri tuguri ove il povero trovava in lei soccorso e refrigerio alle sue pene, al letto degli infermi, ecc.».[3]

            Tra l’altro, visitava le prostitute e aiutava le famiglie povere.

            Tutta questa dedizione al bene dei fratelli, scaturiva da un’intima unione col Signore. Passava ore intere, spesso anche la notte, davanti a Gesù eucaristico e nella contemplazione di Cristo Crocifisso e della Vergine ai piedi della croce. E’ ancora mons. Conforti che scrive:

 

            «Aveva una pietà serafìca che si accentuava accostandosi al banchetto eucaristico, ed io stesso che più volte la comunicai, vidi il suo volto quasi trasfigurato, prendendo un aspetto estatico. Qualche cosa di celestiale era in lei».[4]

 

Estratto da :RVENNATENSIA -XVIII -Cesena -2001 

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[1] Costituzioni 1-3, Vedi in ADORNI, op. cit. pp. 129-130.

[2] ADORNI, op. cit. pp. 84-85.

[3] Archivio Ancelle Parma.

 

[4] Ibidem.

 

Parte IV

La “Casa di riabilitazione”

 

            Le condizioni economiche e morali di tutta Italia, in quel periodo, erano tristissime. Parma non faceva eccezione.

Arnaldo Barili, riferendosi a quel periodo scriveva:

 

            «La miseria del popolo era grande; la povera gente, specie nell’oltre- torrente viveva, si può dire, sulle strade, per non ammuffire nei miseri tuguri senz’aria e senza luce. Donne e bambini vestiti di stracci; mancava il senso del decoro e della disciplina»[1].

 

            Anche il conte Filippo Linati, in uno scritto del 1848, conferma che «la povertà e l’ignoranza erano fonti di immoralità e particolarmente di corruzione precoce per le figlie del popolo»[2].

            Questo, molto succintamente, l’ambiente in cui sarebbero dovute ritornare le assistite dalla Adorni e dalle associate alla fine della pena. Essa scriveva:

 

            «Non era lieve il mio dolore quando si appressava il termine della subita condanna. …Iddio solo sa come era lacerato questo mio cuore. Senza mezzi, essendo io povera, mi vedevo impossibilitata a recare qualche giovamento a quelle povere sventurate, le quali, avendo per qualche fallo perduti i mezzi di sussistenza e la pubblica stima, vorrebbero tornare sulla buona strada e non possono, perché prive di ricovero, di vitto, di assistenza e di guida».[3]

 

            La vedova Botti non si scoraggiò. La prima giovane che uscì la mise in pensione presso una buona famiglia. In seguito, con l’approvazione del suo confessore e del Vescovo, prese a pigione un appartamento e poi una intera casa. La chiamò “Casa di riabilitazione”. Era l’inizio dell’attuale Istituto del Buon Pastore.

            Poiché il numero delle ravvedute cresceva, le affidò ad una collaboratrice che accettò di vivere con loro.

            Ma il suo cuore di mamma non poteva fermarsi solamente alla riabilitazione: era necessario pensare anche alla prevenzione. Essa sentì presto l’urgenza di provvedere

 

            «a quella quantità di ragazzette di sette, Otto O anni, trascurate dai loro parenti, sempre per le strade e per i caffè, per le osterie, in abbandono; in questo modo cominciano a perdere l’onestà per un solo balocco».[4]

 

            A riprova di quanto asserisce l’Adorni, si trovano documenti nell’Archivio di Stato, nei quali si afferma che fanciulle di 13, 14, 15 anni erano avviate alla prostituzione e al furto dalle loro madri e avevano già subìto condanne nella Casa di Correzione, oppure erano state ricoverate nel Deposito di Mendicità in Borgo San Donnino.[5]

            Anche a queste fanciulle che conoscevano solo la povertà e la strada, la signora Botti Adorni aprì la sua casa e le sue braccia di mamma.

            Mons. Giacomo Lombardini, primo estimatore e collaboratore del l’opera della vedova Botti, divenuto vicario capitolare dopo le dimissioni del vescovo Neuschel, il 25 aprile 1853 indirizzò al duca Carlo III di Borbone una lettera per chiedere l’autorizzazione ad erigere «uno Stabili mento o comunità di Pie Donne per l’educazione di giovani convertite».

            Il duca, con decreto dell’11 giugno 1853, autorizzava il vicario a istituire una “Casa di ricovero e di educazione per le femmine ravvedute”.[6] Il decreto non fa cenno alla “comunità di Pie Donne” che avrebbe dovuto gestire l’opera, e ciò perché le leggi dell’epoca non permettevano l’istituzione di congregazioni religiose. Tuttavia questo decreto segna l’inizio di un cammino tortuoso che, alla fine, porterà alla fondazione di una famiglia religiosa vera e propria.[7]

            Mons. Lombardini e dom Oliveros ritennero necessario che la vedova Botti andasse ad abitare nella Casa di riabilitazione, per poterla dirigere convenientemente. Essa vi andò, convinta di compiere così la volontà di Dio.

            Anche se ufficialmente la Casa veniva chiamata “Conservatorio”, corrispondente al termine moderno di Collegio, tuttavia la gente era venuta a conoscere quali persone vi venivano accolte. In città si sollevò quindi un vespaio di critiche e di disapprovazioni. L’Adorni scrisse:

 

                       «I più discreti dicevano: ‘Ma come farà senza un soldo?’ E altri: ‘Poverina, dove ha mai il capo?… Si vede che questa donna é illusa!’ E altri ancora: ‘Quanto prima si dovrà mandarla all’ospedale dei pazzi’. …Persone amiche non potevano capacitarsi (…) di essermi io accomunata con una classe di donne che era l’abominazione della città».[8]

 

            Anche da parte delle autorità civili vi era poca fiducia nella istituzione della Botti. Lo rivelano alcuni documenti reperiti in Archivio di Stato, nei diversi carteggi che riguardano particolarmente le donne di messe dal carcere, per le quali inutilmente si cercava una collocazione. Si facevano tante ipotesi e progetti, ma nulla di fatto si era riusciti a realizzare, mentre l’istituzione della Botti non era presa in considerazione.[9]

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[1] A. BARILI, Piccolo mondo parmense verso la fine dell’ 800, in “Aurea Parma”, 1938, p. 160.

[2] F. LINATI, Delle condizioni morali, materiali, politiche e amministrative degli Stati parmensi a120 Marzo del 1848, Carmignani, Parma 1848.

[3]ADORNI, op. cit. p. 68.

[4] ADORNI, op. cit. p. 84.

[5] Archivio di Stato, Grazia, Giustizia e Buon Governo, Busta 241.

[6] Archivio di Stato di Parma, Relazione.

[7] Cf. LUCA, op. cit. pp. 86 ss.

[8] ADORNI, op. cit. pp. 72 e 78.

[9] Archivio di Stato, Busta 238.

 

Parte III

Le Dame Visitatrici delle Carceri

 

            La signora Botti Adorni, nel contatto con le detenute, comprese che Dio la chiamava a dedicarsi alla loro conversione e riabilitazione.

            Quelle povere donne, abituate ad essere trattate come rifiuti della società, si mostrarono diffidenti ed ostili e persino aggressive e volgari verso quella strana visitatrice; ma a poco a poco, l’azione dolce e nello stesso tempo travolgente della vedova Botti finì per conquistarle. La sua presenza, limitata a poche ore settimanali per gli impegni di famiglia, sembrava non bastare più alle stimolanti esigenze di quelle povere recluse. Madre Adorni sentì allora il bisogno di aggregare a sé alcune collaboratrici. Si rivolse ad alcune signore dell’aristocrazia che aveva conosciute nei tempi passati e che sapeva di animo nobile e generoso. Nacque così la “Società delle Pie Signore per l’assistenza spirituale delle detenute nelle Case di Forza e di Correzione di Parma”.

            Il primo accenno a questa istituzione lo abbiamo nel manoscritto citato della madre Adorni, là dove parla del cambiamento che si era verificato nelle detenute e lo attribuisce alla misericordia di Dio «per mezzo di piissime signore che con tanto zelo si prestavano a quest’opera di carità»[1].

            Dalla documentazione reperita nell’Archivio di Stato, veniamo a conoscere che il padre barnabita Giuseppe Maria Palma e la signora Botti, nel gennaio 1847 indirizzarono al presidente del Dipartimento di Grazia e Giustizia e Buon Governo una lettera con la quale chiedevano di permettere a un gruppo di signore di visitare le carceri. Vi si diceva:

 

            «Parecchie Signore di questa città, animate da sentimenti di compassione verso le detenute nella Casa di Correzione e di Forza, mi hanno significato la loro ottima disposizione di recarsi alla detta Casa di Forza per istruire nella dottrina cristiana quelle povere infelici, nelle ore più opportune».[2]

 

            La richiesta, inviata alla duchessa Maria Luigia, che si trovava a Piacenza, ebbe esito favorevole. Infatti Maria Luigia con rescritto del 27 aprile 1847, approvava l’istituzione.

            Nel luglio successivo il vescovo di Parma mons. Neuschel la erigeva canonicamente, ponendola sotto la protezione dei SS. Cuori di Gesù e di Maria.

            Questa fu la prima opera cristiano-sociale voluta dalla Madre Adorni. Dall’elenco delle iscritte alla società, risulta che essa era formata dalle dame della nobiltà di Parma.

            Lo scopo della società era così definito: «Cooperare con il Divin Maestro alla conversione delle povere carcerate, istruendole nella dottrina cristiana e ammonendole a mutar vita e procurandone i mezzi».

            Il motto dell’associazione era: «Ero carcerato e siete venute a me».

            Questo motto teneva desto nelle associate il pensiero che il bene fatto alle povere detenute sarebbe stato premiato dal Redentore come se fatto a Lui stesso. Erano perciò stimolate a sopportare tutti gli incomodi che accompagnano una tale opera di carità.

 

            Le visitatrici non dovevano presentarsi con il loro nome di famiglia, ma dovevano farsi chiamare semplicemente “Sorelle”[3].

            Nelle due case di pena venne introdotto il lavoro e anche l’istruzione  scolastica. La vita di quelle donne si era illuminata di una luce nuova: avevano preso coscienza della loro dignità e gradualmente si aprivano all’azione di Dio. Parecchie vedevano con trepidazione avvicinarsi la fine della loro detenzione, nel timore di essere ricondotte nell’ambiente malsano di prima.

Estratto da: RVENNATENSIA - XVIII - Cesena - 2001

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[1] ADORNI, op. cit. p. 68.

[2] Archivio di Stato Parma, Grazia Giustizia e Buon Governo, Busta 237

[3] Regolamento, passim.

Parte II

Il sistema carcerario di Parma nell’800

 

            Con la riforma del Codice Civile e Penale del 1820, voluta da Maria Luigia, si era giunti a Parma alla distinzione tra “Casa di Forza” per i delinquenti comuni, e “Casa di Correzione” per coloro che avessero commesso reati in età minore o che dessero, comunque, speranza di ravvedi mento.

            In base a questa distinzione la Duchessa aveva istituito una “Casa di Correzione” per le donne nell’ex convento di Santa Elisabetta. Per questa casa era previsto un regolamento più blando di quello vigente nella “Casa di Forza”, ma da una relazione del Consiglio di Vigilanza, risulta che tale regolamento non era ancora in vigore nel 1844, quando la vedova Botti si recò la prima volta nelle carceri, o almeno la sua applicazione e ogni disposizione disciplinare era lasciata all’arbitrio del direttore e del personale di vigilanza.

            Il regolamento delle due Case, prevedeva l’istruzione religiosa per i detenuti, in vista di un recupero morale; ma una nota aggiungeva: «Speriamo che si trovi qualcuno che li istruisca»[1].

            Il numero delle detenute si aggirava sulle 80 persone, suddivise nelle due Case.

            Le donne, lasciate senza lavoro e senza istruzione, erano esasperate e abbrutite. Ragazze di 14-15 anni convivevano con donne incallite nel vizio, provenienti dalla prostituzione e talvolta aborrenti al solo pensiero del bene[2].

            La signora Botti Adorni, entrando in quell’ambiente, colse tutta la gravità della situazione. Ma in quelle donne e fanciulle avvilite dalla prigionia e dall’ozio, seppe vedere una dignità nascosta, quella di figlie di Dio, fatte a immagine del Creatore e redente dal sangue.

            Nello scritto citato si coglie tutto il dramma che sconvolse il cuore di Anna Maria alla vista di tante miserie. Scrisse:

 

            «Andando nelle prigioni di questa città ad istruire nella nostra santa religione le detenute, per comando del mio direttore spirituale, il mio cuore restò sopraffatto dal dolore. Non mi reggeva l’animo nel veder perire tante anime dopo una redenzione cosi sovrabbondante, nel veder perdersi tante belle creature fatte ad immagine del mio stesso Creatore. …Mi si accese nel cuore un fuoco cosi vivo di carità fraterna che piangevo davanti al Signore.  …Mi pareva che avrei dato mille vite per l’aiuto e la salvezza di un’anima tra le tante che si perdevano. …Piangevo davanti al Signore, perché non si perdesse il frutto della sua passione, morte e gloriosa risurrezione»[3].

 

            Dalla visione, sempre presente, del sangue di Cristo sparso inutilmente per quelle infelici che vivevano in un ambiente di forti contrasti, nacque la vocazione di madre Adorni a dedicarsi tutta alla redenzione delle sorelle traviate, adoperandosi alla loro riabilitazione umana e cristiana.

            Da questo concetto della dignità della persona umana e dalla persuasione che sotto la deformità della colpa si nascondeva una figlia di Dio, salvata da Cristo e capace di redenzione, nacque quella che potremmo chiamare la pedagogia di madre Adorni, una pedagogia non studiata nei libri, né basata su sistemi filosofici umani, ma appresa direttamente dal Vangelo e dalla scuola del Crocefisso e della Vergine Maria. Il censore degli scritti al processo di canonizzazione la definisce: «Una esperta pedagogista in materia cosi delicata (della riabilitazione)»[4].

Estratto da : RVENNATENSIA - XVIII - Cesena- 2001

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[1] Archivio di Stato Parma, Dipartimento di Grazia, Giustizia e Buon Governo, Busta 238.

 

[2] Regolamento della Società di Pie Signore ecc, Tip. Ferrari, Parma 1847, art. IX.

[3] ADORNI, op.cit.,p. 66.

[4] Summarium”, Appendice.

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